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Quei sogni nascosti erano il contatto profondo con te.

La vita non ti accade: la stai creando

“Ma adesso dimmi com'è andata?

Com'è stato il viaggio di un vita lì con te?

Io spero solo tutto bene

Tutto come progettavate voi da piccole

Stai bene lì con te?” Luciano Ligabue


C’è un momento, spesso silenzioso, in cui la vita smette di scorrere in avanti come una corsa e inizia a girare su sé stessa.

Non è sempre drammatico. A volte è sottile. Arriva mentre si lava una tazza, mentre si guida senza meta, mentre si ascolta una canzone che non si sentiva da anni.

E improvvisamente qualcosa si ferma dentro.

Non si chiedono davvero risposte. Si sta aprendo uno spazio. Uno spazio in cui, per un attimo, non si può più mentire a sé stessi. Diventa uno squarcio attraverso quel velo pensante che intimidisce la vita stessa.


Perché arriva sempre, prima o poi, il giro di boa.

Può essere l’età che segna una metà simbolica. Può essere la metà di un progetto. Può essere un anno che finisce in modo diverso da come era iniziato. Oppure semplicemente un giorno qualsiasi in cui ci si accorge di essere arrivati “qui” senza sapere esattamente come.

E allora la domanda cambia.

Non è più “cosa devo fare?”

Diventa: “chi ha guidato fin qui?”

E qui qualcosa si incrina.

Perché se si guarda con onestà, si scopre che spesso non siamo stati noi a guidare davvero. O meglio: non una parte intera di noi.

Hanno guidato i condizionamenti. Le paure. Le aspettative. Le strategie per essere accettati. Le corazze costruite per non sentire troppo.

Eppure, sotto tutto questo, qualcosa non ha mai smesso di parlare.

Un’immagine antica. Un sentire che non aveva ancora parole.

Da bambini si facevano piani, si immaginava ma soprattuto “Si sentiva”.

Non “cosa voglio diventare”, ma “come mi farà sentire quando succederà”.

Era tutto lì: un orientamento interno, semplice e diretto, prima che venisse coperto dal rumore del mondo.

Poi arriva il mondo dei grandi.

E per stare dentro quel mondo si impara a stringere i denti, a strutturarsi, a diventare funzionali. Si costruiscono identità che servono a proteggere ciò che è fragile. Ma nel farlo, spesso si perde il contatto con ciò che è vivo.

È in questo punto che si inserisce qualcosa che Gurdjieff avrebbe riconosciuto immediatamente: il sonno.

Non un sonno fisico, ma uno stato di automatismo, dove si vive credendo di scegliere, mentre si ripetono schemi già scritti.

Eppure, paradossalmente, non è una condanna.

Perché proprio dentro questo sonno nasce la possibilità del risveglio.

Il momento in cui qualcosa inizia a vedere se stesso.

E vedere non è comodo.

Perché significa accorgersi delle proprie ripetizioni, delle proprie fughe, delle proprie costruzioni difensive. Significa vedere la sofferenza non come errore da eliminare, ma come linguaggio.

Ed è qui che si apre una soglia importante: la sofferenza non come nemica, ma come direzione.

Poi d’un tratto ci si guarda attorno e ci si chiede dove siano finiti i sogni, i progetti, le cose che davvero scuotevano dentro, quelle emozioni vibranti che indicavano in modo preciso ogni passo. 

Dove sono finite le sensazioni del “sabato pomeriggio” quando si era liberi dalla scuola e dai compiti?

Gli istanti del dopo pranzo mentre un silenzio adornava il paese con le stoviglie ticchettanti sul lavabo e la pancia piena?

Quelle emozioni di vita intensa, vera come uno sguardo ricambiato con quel ragazzo o ragazza ai primi approcci di relazione. 

Quel rumore sordo di giochi infiniti e i profumi d’estate.

Dove sono?

Dov’è finito tutto ciò?


Eppure, dentro questo stesso sonno, esiste sempre una possibilità: il risveglio.

Non come fuga dalla vita, ma come ritorno alla presenza.

Ed è qui che la nostalgia diventa qualcosa di più profondo.

Non è semplice rimpianto.

È memoria del sentire originario.

C’era una purezza lì. Una direzione non ancora contaminata dall’idea di essere qualcosa di autentico, di identità.

Quel bambino dentro di noi sogna ancora, anche se talvolta ci si convince che non ci sia forse niente altro da sognare o che non ne valga la pena.


Poi ci si guarda allo specchio e si comprende che tutto ciò che hai visto lì fuori in realtà lo hai costruito tu a puntino, non consapevolmente magari, ma è l’esatta proiezione di ciò che riflette il tuo inconscio.


"Finché non renderai conscio l'inconscio, esso dirigerà la tua vita e tu lo chiamerai destino" Carl Gustav Jung


Quando ti sei permesso di vedere tutto ciò, di sentirlo sulla pelle, senza più filtri né giustificazioni, allora rimane un passaggio fondamentale: la presa di responsabilità.

Un punto quasi inevitabile, eppure spesso evitato.

Perché vedere davvero significa smettere di attribuire tutto all’esterno. Significa accorgersi che ciò che hai vissuto, ciò che vivi, e in larga parte ciò che continuerai a vivere, non è solo qualcosa che “ti accade”, ma qualcosa che in qualche modo si organizza attorno a te, attraverso di te.


E allora la domanda diventa inevitabile:


“Sono io l’artefice di ciò che sarò?”


Non come colpa. Non come peso. Ma come apertura.

Qui si inserisce un cambio di paradigma radicale.

Perché finché si resta identificati con il ruolo di “chi subisce la vita”, si rimane dentro una narrazione in cui la sofferenza è sempre esterna: le persone, le circostanze, il destino, il caso. Ma nel momento in cui si inizia a intravedere che ciò che si manifesta fuori ha una coerenza con ciò che si muove dentro, allora si apre uno spazio completamente diverso.

Uno spazio in cui la vita non è più qualcosa da interpretare, ma qualcosa da partecipare consapevolmente.

E questo richiede una scelta.

Non teorica, ma resa reale.

La scelta di cambiare il modo di vedere le cose.

Di cambiare il modo di sentire le cose.

Perché la realtà non cambia solo quando cambiano le situazioni esterne, ma quando cambia la qualità dello sguardo che le attraversa.

È un lavoro sottile, ma radicale.

Non si tratta di “pensare positivo”, né di forzare una nuova immagine mentale. Si tratta piuttosto di spostare il centro dell’attenzione dalla reazione automatica alla presenza.

E da lì iniziano a cambiare anche le azioni.

Piccole, ma decisive.

Perché ogni vero cambiamento non nasce da un’idea, ma da un gesto diverso ripetuto nel tempo.

Può essere il modo in cui respiri mentre cammini.

Il modo in cui ti fermi un istante in più a sentire il corpo.

Il modo in cui non scappi subito da un’emozione scomoda, ma le concedi spazio.

O anche semplicemente la capacità di accorgerti, durante una passeggiata, che non stai “andando da qualche parte”, ma stai vivendo.


E in quel momento, qualcosa si riapre.

Non perché la vita sia diventata diversa, ma perché tu hai smesso di attraversarla in modo addormentato.

È lì che iniziano a riemergere i sogni.

Non come fantasie lontane o obiettivi da raggiungere a tutti i costi, ma come qualità del sentire.

Come ritorno a una bellezza che non era mai davvero sparita, solo coperta.

E allora i progetti, in senso ampio, non sono più costruzioni mentali da inseguire, ma direzioni che emergono dal contatto con ciò che è vivo.

La vita smette di essere un problema da risolvere e torna a essere un’esperienza da abitare.

E forse il cambiamento più profondo non è diventare qualcuno di diverso, ma smettere di tradire ciò che si sente ogni giorno.

Perché è proprio lì, nel quotidiano più semplice, che si nasconde la possibilità di un’altra qualità dell’esistenza.

Non lontana. Non futura.

Ma già qui, nel modo in cui scegli di essere presente adesso.

Francesco

 
 
 

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Francesco Sartori
Massaggio e Rilascio emozionale
Corsi e Coaching relazionale su Sviluppo personale,
Sessualità consapevole e Tantra
in Veneto (Padova, Vicenza) e Online

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