Abbracci di luce e zero cambiamento: il lato oscuro dell’olismo
- Francesco Sartori

- 23 apr
- Tempo di lettura: 3 min
Aggiornamento: 24 apr
Perché la tua spiritualità non funziona (e non è colpa dell’universo)
Sento il desiderio di scrivere una critica profonda sul mondo olistico, perché spesso non si vuole cambiare davvero. Ci si nasconde dietro a incensi, veloci meditazioni, pantaloni larghi e poco sapone pensando che quella sia la via spirituale.
La via spirituale è un lavoro di cambiamento profondo attuato con ogni strumento possibile e vissuto in modo concreto. Non è il rifiuto della terapia, bensì la ricerca della terapia più adeguata a sé.
È il desiderio di cambiare e di espandere la propria coscienza in modo libero e profondo.

La spinta che guida questo desiderio si può immaginare pari alla forza con cui un uomo che sta annegando cerca di raggiungere il suo boccone d’aria, ossia una motivazione vitale imprescindibile.
Invece ci si nasconde dietro a frasi motivazionali, ad " abbracci di luce" anche quando non si è mai lavorato a fondo su di sé.
Non si sa stare da soli, non si sa vivere in autonomia, né sentire l'abbondanza scorrere nella propria vita, come se vivere da mendicanti fosse sinonimo di spiritualità. Il divino che è in noi deve essere ricoperto d'oro, non di puzza e miseria.
"La povertà è una malattia che andrebbe curata dallo psicanalista, ogni uomo sano ha il dovere di essere ricco verso l'umanità" . Salvatore Brizzi
L'abbondanza e la cura di sé sono uno stato di coscienza, non un peccato.
Se non si sa generare valore (anche economico) nella realtà materiale spesso si usa la "spiritualità" come scusa per la propria incapacità di stare al mondo o per la propria mancanza di disciplina. Ricordando che: la scarsità è un blocco o un pattern, non un merito.
L’abbondanza è il presupposto che permette l’evoluzione personale, fuori dall’investimento d’energia per le proprie necessità basali meccaniche e con circolarità ne è il risultato della propria missione animica.
Essere “olistici o alternativi” non significa essere spirituali o in cammino di risveglio se non si guarda con oggettività la realtà. Nascondersi dietro a veloci "frasette" social o corsi pressapochisti low cost diventa una via di fuga dall’affrontare un cambiamento reale e profondo.

A volte desideriamo la soluzione ai nostri problemi (tanto quanto trovare lo scopo della nostra vita) solo leggendo qualche veloce post fra uno scrolling e l’altro o in una fugace richiesta su whatsapp senza nemmeno la volontà di approfondire in modo accurato.
Non è così immediato attuare il cambiamento, perché il cervello è progettato per mantenere la condizione in cui ci si è trovati finora, in quanto ritenuta biologicamente vitale: è un programma che ha dimostrato di garantire la sopravvivenza fino a quel momento.
Se una persona sente che sta entrando nel baratro del cambiamento, incolpa gli altri o tanto peggio dà la colpa a qualcosa di esterno a sé (entità maligne ad esempio) e si rasserena nel sentirsi dire da qualcuno che ora è libero, MA SENZA GUARDARSI DENTRO E VOLER CAMBIARE DAVVERO.

Il lavoro su di sé è sporco, quindi soffriamo per paura di soffrire.
Fa paura, sì terribilmente paura, ma sai che al di là trovi parti di te che avevi perduto.
E se qualcuno muove una critica oggettiva, ci si rifugia nel "tu hai basse vibrazioni". Anziché guardare davvero se ci attiva qualcosa dentro e così facendo trovare la possibilità di evolvere anche in quell’aspetto.
La spiritualità vera è discutibile, sporca e faticosa, bella e curiosa, a volte persino divertente. Bisogna essere affamati di raggiungere lo step successivo. È quella sensazione di soffocamento: o cambi, o affoghi.
Posso assicurarti che non servono le pietre al collo, non servono orpelli, semplicemente spogliarsi. Lo insegna il tantra, non spogliarsi dei vestiti, ma da tutto ciò che impedisce l’espansione del sé, dal gioco emotivo, dai condizionamenti mentali. Ci si deve sentire nudi, disarmati per contattare le parti profonde di sé. Le Tantrike seppellivano fino al collo gli adepti per affrontare i demoni interiori egoici per giorni nella foresta.
E se dopo i presunti 10 anni di lavoro su di sé ancora si è sofferenti nel quotidiano e non si sono risolti i pattern principali delle proprie tematiche significa che gli approcci non erano quelli corretti per noi.
Oppure possiamo semplicemente dirci di attendere la “prossima vita”, vivendo da schifo questa, beh… allora forse c’è ancora da riguardare qualcosa!
Francesco Sartori




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